In matematica faccio schifo: non c’è niente da fare, non mi entra in testa. Ma per quest’anno mio padre ha deciso, non mettiamo a rischio la maturità, quindi mi ha trovato una prof per delle lezioni private. In effetti è l’ultimo anno e sono disposta a tutto pur di uscire da questo inferno di scuola.
Comprese le lezioni private: due pomeriggi alla settimana, con un professoressa che è laureata da poco e impegnata con i vari concorsi, alla ricerca del posto fisso, possibilmente non in capo al mondo. Figlia di un ex collega di mamma, quindi anche persona fidata. Quindi, molto probabilmente, una tipa molto, molto noiosa.
In realtà Elisa era molto meno noiosa di quanto mi aspettassi: la matematica continuavo a non capirlo, ma era piacevole passare il tempo con lei. In effetti non ci dividevano molti anni, dato che aveva appena compiuto trent’anni. In più non aveva nulla della classica professoressa: cercava anche di farmi interessare alla materia, ma con risultati scarsi.
Nei momenti di pausa parlavamo: eravamo partiti da argomenti banali per arrivare a quelli più personali, come la vita privata. Io non avevo una storia seria e anche lei, a quanto avevo capito, era single, dopo una delusione importante. E non sembrava intenzionata a rimettersi in gioco.
Un pomeriggio aveva dovuto rispondere a una telefonata importante e avevo avuto l’occasione di frugare un po’ nella sua stanza. Cosa che normalmente non si dovrebbe fare, ma ero curiosa di sapere qualcosa di più, in qualche modo Elisa mi intrigava. Avevo trovato una cornice con una foto, nascosta sotto dei fogli nel cassetto della scrivania. Elisa era abbracciata a un’altra persona, sulla spiaggia: e l’altra persona era una donna.
Ecco il perché di tanta riservatezza: forse non era il caso di sbandierare ai quattro venti che le piacevano le donne. Per me non faceva differenza, visto che il sesso mi piaceva farlo con uomini e donne: anzi, pensandoci bene, mi sarebbe piaciuto farlo anche con Elisa. Dopo aver visto quella fotografia era diventato un pensiero fisso: avrei voluto fare sesso con lei.
Non sono una persona che perde tempo, quindi ero partita direttamente in attacco: le mie confidenze, nei momenti di pausa, si erano fatte più spinte. Tanto che Elisa mi era sembrata quasi in imbarazzo. Poi avevo puntato sull’abbigliamento: gonne sempre più corte e maglie sempre più aderenti, per sottolineare il bello del mio fisico. E sul sorriso: continuavo a sorriderle e a incrociare il suo sguardo, ogni volta che era possibile.
Dopo un po’ mi ero stufata di aspettare: e l’avevo baciata, a freddo, mentre cercava di spiegarmi non solo quale funzione. Sicuramente non se lo aspettava, tanto che mi aveva respinto.
“Cosa fai? Sono la tua insegnante, non possiamo baciarci!”
Le avevo sorriso, per nulla scoraggiata, e avevo allungato la mano per slacciare il primo bottone della sua camicia.
“Non voglio baciarti, ma scoparti!”
Quelle parole dovevano avere fatto scattare qualcosa, qualcosa che aveva tenuto ben nascosto fino a quel momento: infatti mi si era buttata addosso quasi famelica, come se non aspettasse altro. O forse era solo la mancanza di sesso e la voglia repressa.
Era stata lei a baciarmi, in modo quasi violento, ma io le avevo tenuto testa ed eravamo finite sul suo letto, mentre le sue mani mi frugavano sotto la gonna. Niente slip, ovviamente, per rendere tutto più semplice. In un attimo avevo sentito le sue dita infilarsi nella mia figa, quasi avidamente, senza esitazioni, approfittando del fatto che ero già abbastanza bagnata.
Pensavo che sarei stata io a condurre il gioco, ma decisamente mi ero sbagliata. Aveva lasciato la mia figa vuota, mentre ero già sulla strada di un orgasmo veloce, per andare a prendere qualcosa nell’armadio.
Uno strapon: nero e di dimensioni decisamente generose. Lo aveva indossato velocemente, infilandosi con agilità in un’imbragatura di cuoio, limitandosi solo a togliere i jeans. Ero abituata a cazzi grandi, ma non avevo mai provato così: per un attimo mi venne quasi voglia di fermarla, poi l’eccitazione aveva preso il sopravvento.
Si era fermata un attimo, solo per controllare di nuovo con due dita se la mia vagina fosse abbastanza lubrificata: poi si era sistemata tra le mie gambe aperte e lo aveva infilato dentro. Una sensazione nuova, un po’ strana all’inizio: Elisa si era presa un attimo per lasciarmi adattare, per poi cominciare a pompare, forte, senza pietà.
Le avevo messo le mani sulle spalle, per farla rallentare un po’, ma lei aveva sfruttato le sue braccia più lunghe per spostarle e afferrare i polsi, bloccandoli in una presa forte sopra la mia testa.
“Non sei tu a scopare me, ma io a scopare te, ricorda!”
Non potevo opporre resistenza: e in realtà non volevo nemmeno farlo, perché quella sensazione di essere dominata mi piaceva un casino. Allora avevo fatto l’unica cosa possibile da quella posizione: le avevo stretto le gambe intorno alla vita, avvicinandola ancora di più a me.
Quel gesto sembrava averla fatta impazzire, tanto che aveva aumentato ancora la velocità: ma non aveva nessuna intenzione di cedere il controllo. Si era fermata bruscamente, appena prima che io venissi, si era staccata e mi aveva fatto girare e inginocchiare sul letto. Avevo fatto appena in tempo a vedere lo strapon che colava del mio liquido.
Ero a sua disposizione, completamente esposta: speravo solo non volesse fare anale, perché quel cazzo di silicone era davvero troppo per il mio culo. Per fortuna si era limitato a rimetterlo nella vagina, con un affondo deciso, e aveva ricominciato a cavalcare, tenendomi stretta per i fianchi.
Avrei voluto allungare una mano per toccarmi, ma dovevo fare forza con entrambe per bilanciarmi e non perdere l’equilibrio: i ragazzi con cui ero stata non mi avevano mai scopato in modo così selvaggio, non lasciandomi decidere praticamente nulla. Quella situazione, unita alla dimensione del dildo mi aveva spinto fino all’orgasmo: avevo dovuto soffocare le mie urla nel cuscino, per evitare di farmi sentire dal vicinato.
Elisa mi aveva concesso ancora qualche spinta dopo l’orgasmo, per poi accasciarsi con tutto il suo peso sulla mia schiena.
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