Nei camerini della disco – Racconto Lesbo

Che serata del cavolo: Luca si è ubriacato, probabilmente ha preso anche qualche pasticca e i suoi amici lo hanno dovuto portare a casa praticamente in braccio. E io sono rimasta qui in disco praticamente da sola, a difendermi dagli attacchi dei ragazzini con la bava alla bocca che credono di essere dei gran fighi.

Potevo andare a casa anche io, in effetti, ma la serata era ancora all’inizio: tra gli esami e il lavoro era più di un mese che non riuscivo a concedermi un sabato libero e non lo volevo sprecare.

Mi muovo lenta la centro della pista e osservo una delle ragazze che balla sul palo: non mi sembra di averla vista in altre serate, ma è decisamente interessante. Non tanto alta, capelli scuri e un vestito aderente nero, che la fascia completamente. Un bel fisico, muscoloso al punto giusto. Mi chiedo di che colore abbia gli occhi, chissà perché.

Un ragazzo si sta facendo fin troppo insistente: salire sul palo mi mette al riparo dalle sue attenzioni e mi permette di guardare meglio la ragazza. Ha un’aria selvatica, come un felino pronto ad attaccare. E proprio con la sinuosità del felino si muove.

Ci studiamo mentre balliamo a pochi centimetri di distanza, proprio come due animali: ed è lei a partire all’attacco, mi afferra per i fianchi e sposta una gamba in mezzo alle mie, come in una sorta di bachata ritmo techno.

Il suo vestito è corto e non indossa calze, quindi sento il calore della pelle tra le mie cosce e più su, fino al pube: una sensazione che mi da i brividi. Chissà se anche per lei è lo stesso, oppure sta solo facendo scena a beneficio del pubblico.

Sto ancora cercando di capire quando la stretta si fa più forte e mi attira verso di sé: i seni si toccano, sotto il tessuto, e avvicino la testa al suo collo. E più alta di me di qualche centimetro e riesce quasi ad avvolgermi con il suo corpo.

I suoi movimenti si fanno più lenti, non seguono più il ritmo della musica: e solleva la gamba, quel tanto che basta perché la sua coscia arrivi a sfiorarmi la figa. C’è solo il filetto del perizoma a separare le nostre pelli e riesco a sentire i muscoli della coscia e si strofinano, in modo deciso ma delicato allo stesso tempo.

Mi lascio andare alle sensazioni e mi trasformo in una sorta di pupazzo tra le due mani: ormai il mio corpo segue il suo ritmo e non mi accorgo nemmeno della musica e della confusione che ci circonda. Finalmente sono riuscita a vedere i suoi occhi: chiari come il ghiaccio.

Non sono mai stata attratta dalle donne, almeno fino a questa sera: ma, in fondo, posso provare, tanto nessuno lo verrà mai a sapere. E potrebbe anche piacermi.

Lei sembra avermi letto nel pensiero e mi trascina giù dal palo, tenendomi stretta per un braccio: probabilmente mi verrà un bel livido. La seguo: ha un passo deciso, sa dove sta andando e non intende farsi fermare da nessuno.

Ci infiliamo in una porta seminascosta e mi trascina per un corridoio mal illuminato, come del resto lo sono tutti gli ambienti. Si ferma di scatto e apre una porta, che non avevo nemmeno visto.

I camerini dello staff: qui un po’ di luce c’è, anche se ne posso fare a meno. Chiude la porta e da un giro di chiave, per evitare che a qualcuno venga in mente di disturbarci. Decisamente, la preda questa volta sono io.

Finalmente mi bacia: non mi ero accorta di volere così intensamente quelle labbra. È un bacio duro, quasi violento: con la sua lingua esplora tutta la mia bocca, quasi mi volesse divorare.

E intanto mi spinge verso una sedia girevole, che è appoggiata al muro: mi ci lascio cadere sopra, senza opporre resistenza, anche perché le ginocchia non mi reggono. A questo punto vedo un sorriso sul suo volto, mentre gli occhi azzurri, che ora distinguo bene, sembrano davvero quelli di un predatore.

Si inginocchia davanti a me e mi apre le gambe: anche in questo caso non fa fatica, ormai sono nelle sue mani e può davvero fare quello che vuole. Perché so che comunque mi piacerà.

Il perizoma che indosso è davvero mini, per fortuna: lo sposta da una parte e infila due dita dentro la mia figa, quasi a freddo. Alla sensazione di fastidio si sostituisce subito quella di piacere: sa quali punti toccare e come toccarli, tanto che passano pochi minuti e già sento il primo orgasmo che sta per arrivare.

Come in un gioco di prestigio, con il pollice comincia ad accarezzare il clitoride: mi basta questo per arrivare, velocemente e con un urlo che non mi curo di trattenere. Tanto nessuno ci può sentire.

Vorrei in qualche modo ricambiare il favore e cerco di alzarmi dalla sedia, ma lei con forza mi blocca le gambe e si fa più avanti, verso la mia vagina. Ancora un sorriso, famelico, poi tuffa il viso tra le mie gambe: mi arrendo e mi chiedo chi devo ringraziare per un regalo così fantastica in una serata che sembrava persa.

Comincia a esplorare la mia figa con la lingua: prima le labbra, poi la infila dentro, per leccare gli umori che sono rimasti dopo l’orgasmo. Evita con attenzione il clitoride, come a volermi torturare.

Mi perdo nelle sensazioni che quella lingua è in grado di dare, ma ho bisogno di qualcosa di più. Prendo coraggio e le afferrò la testa, dirigendola verso il centro del piacere: sembra avermi torturato abbastanza, perché comincia a leccare il clitoride con attenzione, in modo deciso, disegnando percorsi tortuosi che ci conducono verso un nuovo orgasmo.

Ancora più forte del primo: stringo la sua testa tra le gambe, fin quasi a soffocarla, e lascio che beva tutto il mio nettare. Quando si alza sorride di nuovo e passa una mano sulla bocca, per asciugare il liquido che quasi brilla sul suo volto.

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